Vi postiamo il brano di Sumaia Abdirashid, vincitore del Terzo Premio del IX Concorso letterario nazionale Lingua Madre.

Ci saranno giorni come questo

di Sumaia Shek Yussuf Abdirashid

Vorrei avere più sangue, più carne, più fegato.

Vorrei stringere i pugni e farmi forza, alzarmi da questo letto, venirti incontro e portarti su un altro pianeta. Vorrei andare in bagno con le mie gambe, sollevare un bicchiere con le mie dita, masticare un pezzo di carne, lentamente, gustandone il sapore come non ho più potuto fare. Vorrei vedere te e tua madre vivere i giorni felici che la mia esistenza vi ha impedito di gustare. Vorrei non essere un peso.

Vorrei, vorrei, vorrei.

Non sai quanto sia stancante desiderare incessantemente l’impossibile, senza poter nemmeno puntare il dito. È come distendere le braccia per accogliere un dono, e rimanere così non per ore, ma per mesi, anni, secoli. Credimi, in breve tempo è la stanchezza a prevalere sui buoni propositi.

Non ti stupire: in un’esistenza patetica come la mia, persino la speranza è un ingombrante fardello.

Come se queste lenzuola non fossero già abbastanza soffocanti…

Ah, perché Dio è così crudele? Perché proprio a me?

Penserai che sono insaziabile, che il mio rifiutare la morte a questa veneranda età sia un segno di innegabile egoismo, ma vedi, io ho sempre avuto questo grande difetto: ho sempre realizzato l’importanza di ciò che avevo solamente al momento della perdita. E forse è per questo che non posso concepire che questa sia una benedizione, che sarebbe potuta andarmi peggio, come dice tua madre. Perché non immagino cosa possa esserci di peggio di vivere ogni giorno con alle spalle la minaccia di un decesso imminente e nel cuore la consapevolezza che non tornerò mai a stringere i vostri corpi tra le mie braccia.

Per cui non guardarmi così: è facile parlare quando si hanno soltanto otto anni.

Invero, l’unica benedizione che a mio avviso dovresti considerare tale, è il non poter sentire questi miei pensieri. È davvero tutto ciò per cui dovresti ringraziare il cielo. Davvero.

Anche senza abbassare gli occhi sulla mia mano, so già che troverò la tua ad avvolgerla. Non la sento, eppure lo so. Le tue piccole dita e la tua testolina riccioluta che riposa sul mio grembo.

Mi assomigli, credo. O per lo meno assomigli a come mi immagino.

Ormai non ricordo nemmeno più il mio volto.

Per qualche strano motivo legato all’istinto materno che in gioventù non ho mai provato per tua madre, però, mi basta vedere il tuo.

Quella tua espressione serafica mentre mi osservi pacatamente, quelle tue sopracciglia sottili, quel tuo naso un po’ piatto e quei tuoi denti a scacchiera. È orgoglio, questo che mi scalda il petto?

È così soffocante.

Ti guardo, e vorrei che tu non ci fossi. Vorrei non esserci neanch’io e nemmeno questa donna sciupata che è mia figlia e tua madre non ci fosse, in effetti.

Vorrei che questo mondo finisse, o che tu fossi nato altrove. Ecco, sì, vorrei che tu fossi sbucato fuori da un altro paio di gambe, che non avessi un quarto del mio corredo cromosomico, che fossi tutto tuo padre, tutto tuo nonno, tutt’altro. E invece sei mezzo me, mezzo condannato, mezzo morto. E interamente straniero, come lo sono stata io trent’anni fa in questa terra di patrioti che chiamano Italia.

Dimmi, tu che credi tanto nella Divina Provvidenza e nell’Uomo Ragno, che senso ha questo filo rosso che ci unisce? Perché non spezzarlo prima che faccia danni, perché cucirlo? Tu non puoi saperlo, nella tua ingenua e inesauribile fiducia di infante, ma il futuro non ti riserva proprio niente di buono.

Sia che tu finisca su un letto d’ospedale, sia che tu torni a casa sano e salvo, la felicità non sosterà mai abbastanza a lungo nella tua dimora. Ci penserà il mondo a farti sentire fuori luogo.

Perché non c’è lieto fine, per quelli come noi. Mai.

Per quanto mi riguarda, qualcosa mi dice che non ti vedrò crescere.

Sarà il torpore che lentamente comincia ad appesantire le mie palpebre, o il fastidio crescente che mi procura il battito indotto dal pacemaker. Sarà la stanchezza, sarà la depressione. Sarà quel che sarà, ma lo sento nelle ossa.

Non c’è più tempo.

Avrei voluto scorrere gli occhi sulla tua barba, fra una decina di anni, e scoprirti uomo.

Avrei voluto abbracciare la tua futura donna e ammiccarti con lo sguardo. Avrei voluto essere una madre migliore per te, un modello degno del tuo rispetto, un genitore in grado di proteggerti dalle difficoltà della vita.

Avrei voluto mostrarti la mia terra, la Somalia, e farti odorare il profumo inebriante delle piantagioni di incenso nelle zone più a nord. La casa in cui sono cresciuta sarebbe stata abbastanza grande per accoglierci entrambi e sarebbe stata una vita dolce la nostra.

E invece io stessa ti ho introdotto nel mondo delle delusioni e delle sciagure.

Chissà che proprio io, con le mie flebo e la mia paralisi, con la mia scelta di vivere in un paese in cui sei l’eccezione e non la regola, non ti abbia arrecato un trauma insormontabile.

Chissà. Forse svilupperai un malsano terrore per gli ospedali e i camici bianchi. Forse scapperai non appena morirò e scoprirai che la mia amata Mogadiscio non è tanto bella e idilliaca quanto l’ho descritta nelle mie rimembranze più accorate, così come tua madre l’ha scoperto a sua volta.

O forse mi dimenticherai facilmente e andrai avanti per la tua strada stringendo i denti e facendo un passo dopo l’altro senza guardarti alle spalle. Come un vero uomo.

Non ti vedrò crescere, ma sento di aver contribuito nel metterti al mondo.

Che brutto affare, non trovi? Ben poco di guadagnato, infatti, se messo al confronto con le molte sofferenze, mi riferisco anche a quelle che hai dovuto subire tu in tenera età ritrovandoti in una famiglia di stranieri, con una nonna paralizzata, una madre ridotta a farle da badante ed un padre costretto a lavorare all’estero.

Che vita difficile ti attende, piccolo mio.

Ma per adesso sei sereno, giochi con le mie guance tiepide e mi guardi con affetto come se io fossi il più grande tesoro che ti sia mai capitato tra le mani. Cosa dovrei dirti, se potessi? Di ricordare la tua nonna e la sua terra dei sogni o di dimenticarla? Di essere sempre felice o di non abbassare mai la guardia? Di innamorarti o di fare attenzione a coloro cui affidi il tuo cuore? Oh, quanti dilemmi per un corpo irrorato da un cuore artificiale! Se il mondo fosse giusto come credi, un malato terminale non avrebbe tutte queste preoccupazioni. Nel dubbio, giovanotto, apri bene le orecchie.

Sto per morire, ma non mi dispiace affatto: meglio la morte, che questo inferno.

Tu però non perdere mai la speranza: è il combustibile che ti scalda quando il freddo ti ghiaccia le membra. E non temere la morte o la vita, perché del resto sono entrambe inevitabili. Non giocare con i tuoi sentimenti, non ignorarli, non sopprimerli. Goditi ciò che ti viene dato ma non lasciare che ti venga facilmente portato via. Se puoi, dimenticami. Anzi, trai una lezione da ciò che hai visto marcire in questo maledetto letto, una qualsiasi, e poi dimenticami. Fidati, ma mai totalmente, se possibile. Tranne che di tuo padre. Oh, di lui fidati ciecamente. Abbraccialo tutti i giorni, anche quando l’imbarazzo renderà quel semplice gesto difficile e impacciato. Ma continua a farlo, per me. Innamorati pure quanto vuoi, anche mille volte. Cavalca l’onda della passione, ma non lasciarti travolgere dal suo impeto: ci sono già abbastanza fattori che concorrono a spedirti tra le fila di un pronto soccorso, non allungare inutilmente la lista. Gira il mondo, vedi i mille colori che tingono gli uomini e le donne di questa terra. Fermati ogni tanto dove ti sembra che ti conduca il cuore e, se nessun posto fa per te, non ti abbattere: puoi comunque essere un cosmopolita le cui radici, per quanto superficiali, sono ben piantate nel suolo somalo. Conosci te stesso, sii il cambiamento che desideri vedere nel mondo1 e ricorda…

«Mama said there’ll be days like this

there’ll be days like this, my mama said…»

«Mamma ha detto che ci saranno giorni come questo,

Ci saranno giorni come questo, ha detto mamma…»

2017-05-10T10:40:53+00:0018 maggio 2014|

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