Frontiere cedevoli

Racconto classificatosi al terzo posto al Premio nazionale Piero Chiara giovani 2018

 

Fai un passo in avanti. Subito uno indietro. Muoviti sul confine, come una sentinella senza meta. Mantieni l’equilibrio, aggrappati al vento, alle nuvole, all’ombra dei corvi. Ma non fermarti qui, non fermarti più, non fermarti mai, perché è questa la tua frontiera, questo il tuo destino che si intreccia agli steli d’erba, ai granelli di sabbia, alle gocce d’acqua.

Accetta chi sei diventata, ma non compiacertene, il cammino è lungo e l’acqua si fa rara man mano ti allontani dalla fonte.

La tua voce mi segue ancora, un’ombra su un vetro smerigliato.

In questi anni hai preso treni senza mai vedermi, solcato cieli e navigato mari, e ora sei qui ma non è più lo stesso, mi guardi mentre dondolo i piedi sul fiume perforato da proiettili d’acqua, mentre i miei capelli diventano fili di seta bagnati dalla pioggia.

Hai solcato la frontiera e io ti ho aspettato. Giorno e notte con pensieri come sonniferi, lasciandomi vuoti immensi da annegare nei sorrisi stanchi.

Ricordo, mentre ti aspetto, com’era il fiume ai tempi, prima dell’invasione del fratello, della resistenza dell’amico.

La mia casa era lì, vicino al ponte, bastava attraversare quegli assi tremanti per raggiungerti, andavamo a scuola sulla tua sponda del fiume e ci fermavamo a giocare sulla mia.

Allora il fiume era solo uno specchio dove si riflettevano i sogni di chi non vedeva l’ora di crescere e si condensavano i pensieri di chi voleva tornare a giocare sulle sue rive.

Me ne sono andata sai, e quando era tutto finito, non sono riuscita a ritornare, e nemmeno a restare in un paese che era sì il mio, ma solo per metà, me ne sono dovuta andare, fuggendo come avevo sempre fatto, a differenza tua che sei rimasto a combattere, resistendo per difendere sogni infranti e destini persi. Ho preso voli, anch’io, solcato cieli, ma non per raggiungerti, solo per dimenticarti.

Quando ci hanno divisi eravamo ancora bambini, sapevamo della guerra, ma le relega la stessa importanza che si dava ai nuovi gusti delle caramelle che arrivavano in contrabbando al negozio del paese. La guerra era una parola sussurrata come il colonialismo, l’invasione e la resistenza, e non pensavamo affatto ci avrebbe riguardato, non pensavamo che il fiume il giorno dopo si sarebbe tinto di rosso, che i fratelli sarebbero stati costretti a combattere gli amici, che le mogli avrebbero dovuto salutare i mariti. Non immaginavamo che avremmo avuto passaporti di colori diversi e che ci avrebbero separati da chi aveva il nostro stesso accento. Siamo partite all’alba, mia madre ed io, lacrime inspiegabili sulle fredde guance.

È da quel giorno che ti aspetto.

La tua prima lettera è arrivata in un momento di lutto. Mio padre era morto, ucciso dal tuo plotone, non sono riuscita a leggere le tue parole, non volevo scoprire che fosse tua la pallottola conficcata nel suo cuore. E così ti ho perso, di nuovo, ti ho lasciato andare, non ti ho aperto la porta quella notte e il giorno dopo mi sono svegliata con le grida di chi dava la caccia alla spia, al nemico, che una volta era uno dei nostri, il figlio di tutti.

Sai, la guerra acceca, e io non ho potuto perdonare subito. Mi bevevo di nascosto le tue lettere, tra i sospiri, le stringevo dormendo e rispondevo senza mai rispondere davvero.

Me ne sono andata per non provare più rancore. Sono salita una notte su un barcone e ho attraversato anch’io il burrone, il fiume si è trasformato in mare e i villaggi si sono trasformati in continenti, mentre mi facevo cullare dalle onde feroci, pensavo a noi due su una zattera di legno, in riva al fiume, mentre giocavamo a raccogliere i sassi più belli, del basso fondale.

Mi sono scelta una nuova identità, ho imparato una nuova lingua per dimenticare la nostra, ho percorso nuove strade, mi sono allontanata da fiumi e valli, per rintanarmi tra i grattacieli, non vedere il tuo riflesso in ogni specchio d’acqua.

Ho insegnato cercando di evitare le frontiere, sminuire quegli ostacoli che si pongono gli uomini e che finiscono per rinchiuderli. A ogni mio viaggio, a ogni dogana, rivedevo i tuoi occhi, rileggevo le tue parole.

Non ho parlato a nessuno di te, sei rimasto nei cassetti del mio cuore, un segreto che dicevano, aumentava il mio mistero.

Ho riso in questi anni sai, ho vissuto una vita che anche tu avresti dovuto vivere. Mi sono goduta ogni giorno, dedicando le sere alle tue lettere sgualcite.

Sono ritornata in vacanza negli anni, con la mia nuova famiglia, in quei paesi che erano uno solo, sono tornata di sfuggita, dall’autostrada ho visto il ponte ormai abbandonato, sbarrato, pendere sotto il peso del dolore e il sangue dei fratelli. E mi è parso di vedere una famiglia, separata dalla riva, salutarsi e tendere le braccia come a toccare una promessa. Sapevo che quei dieci metri che il ponte collegava, ora bisognava percorrerli in volo, passare per metal detector e gate aeroportuali, facendo biglietti e check in, se non si voleva finire stesi dagli spari dei doganieri.

Ho raccontato la nostra storia ai venti, alle montagne, alle città, dove non riuscivo a stare se non per il tempo di avere dei ricordi, e poi ripartivo, cercandomi e cercandoti, in valli ignote, passando per frontiere sconosciute. Maledicendo ogni sasso che segnava un confine, ogni cartello, ogni muro, ogni striscia segnata per terra.

E oggi non capisco come tu abbia fatto a scrivermi lettere d’amore dal fronte, combattendo i miei fratelli. Ma eri una pedina come tutti gli altri, come noialtri, e io non riuscivo a perdonarti, ma nemmeno a odiarti. E mi sentivo in colpa, mi sentivo una traditrice, eppure avrei voluto rincorrerti. Avrei voluto abbracciarti, e poi tempestarti di pugni, liberare la mia rabbia, sfogare il mio amore. Ma avevamo tredici anni, l’ultima volta. Non sapevi neanche allacciarti le scarpe e ti hanno fatto maneggiare un fucile, più grande delle tue esili spalle.

E oggi sono qua, per la prima volta torno, torno davvero, da un paese che ormai è diventato mio, più di quanto lo sia questo fiume, che oggi separa due diversi villaggi, dove nessuna delle due sponde è la mia. Oggi torno a vedere dove hanno seppellito il tuo corpo, dopo anni a rimandare questo momento, come se non vedendo la tua lapide avrei potuto non credere alla tua morte.

Faccio scorrere le dita sull’epitaffio inciso sulla tua tomba:

“E il duro cemento

Di un ponte senza tempo

Saprà di sabbia al vento,

Ove tendono i nostri cuori

Ove le frontiere si incontrano

E si infrangono”

E mi alzo, mentre il sole cancella le nuvole e il vento trasporta via la pioggia. Mi alzo e vedo formarsi attorno a me, una folla. È un giorno di festa e i parenti si accalcano al confine per salutare i loro vicini, i loro amici, i loro familiari dall’altra parte della sponda, intenti a sventolare bandiere e gridare auguri, lanciandosi promesse, dopo anni costretti a scambiarsi proiettili.

Ti hanno ucciso e mi hai uccisa.

Oggi però attraverserò questo ponte, non starò a guardare, infrangerò le leggi, non fuggirò. Che mi seguano, che mi vedano, non lascerò i fratelli uccidersi di nuovo, non permetterò loro di farsi male di nuovo, oggi che sento di nuovo il vento della tempesta, oggi che si parla di difesa, di confini, di frontiere da difendere, di attacco e resistenza.

Ho ottanta anni, ma mi sembra di averne otto, mentre mi dirigo verso le sbarre che chiudono il varco, bloccano il ponte. I gendarmi mi osservano come si guarda un folle, accantonano le tazze di tè e imbracciano le armi.

Scatta l’allarme mentre mi abbasso per passare sotto le sbarre.

E sono di nuovo libera.

 

Di Houda Latrech

2019-08-21T19:39:57+00:0028 giugno 2019|

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