Il “leone del deserto”: Omar al-Mukhtar

OTobruk, Misurata, Derna, Bengasi, El Agheila, Giarabub, Cirene, Agedabia, Barca, Cufra e molte altre: tutte queste località sono presenti nel nostro immaginario storico, nei nomi delle nostre vie e delle nostre piazze, nelle canzoni e nei film d’epoca, nei ricordi e racconti di guerra tramandatici da qualche nostro nonno.

Ci sono vicende su questi luoghi in cui noi italiani siamo stati attori principali e che, nonostante questo, rimangono ai più sconosciute o poco ricordate. Vicende risalenti all’inizio del secolo scorso che vedevano come loro ambientazione quella che veniva allora considerata la “quarta sponda” dell’Italia che si trovava dall’altra parte del Mediterraneo e precisamente sui territori di quella che sarà l’attuale Libia. Lo ‘scatolone di sabbia’, come la nominò lo storico Salvemini, era già composto all’epoca da tre regioni distinte: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. L’Italia, spinta dal desiderio di accaparrarsi il suo posto al sole, non poté fare a meno di partecipare alla corsa alle colonie fin dai tempi del periodo liberale sotto Giolitti, sottraendo con una breve guerra il controllo delle regioni libiche all’impero ottomano.

La conquista però, pur essendo celere per quanto riguarda la Tripolitania, trovò difficoltà nell’imporsi in Cirenaica. Qui infatti da decenni agiva la tarikha sunnita della Senussia, una confraternita di scuola malikita che aveva creato rapidamente una serie di zawiye costituendo velocemente uno stato territoriale vastissimo con capitale Giarabub, in cui tutta la vita pubblica e privata era fondata su una struttura di governo che prevedeva la riscossione delle tasse, la fornitura di servizi sociali, il mantenimento della pace e dalla coscienza di una identità. Proprio in Cirenaica si ebbe la massima espressione di quella resistenza libica alla conquista italiana che durò per ben vent’anni. Con l’avvento del fascismo le politiche coloniali si fecero più aspre. Il generale Rodolfo Graziani, che si era appena guadagnato nelle precedenti missioni l’appellativo di “macellaio del Fezzan” venne mandato in loco per risolvere la pratica nel minor tempo possibile. Alle sottomissioni forzate, alle impiccagioni sommarie si aggiunsero anche le deportazioni delle tribù della regione del Gebel.

Dall’altra parte, però, la resistenza vantò un capo invincibile, un vecchio insegnante del Corano che si scoprì uno stratega geniale: Omar al-Mukhtar soprannominato “il leone del deserto”. Costui, nato da una famiglia contadina della tribù dei Menefa si eresse a difensore della realtà senussita e delle popolazioni indigene combattendo dal 1911 fino al 1931. Nel 1922 venne nominato comandante militare da Idris al-Senussi. Sotto Omar al-Mukhtar la lotta si trasformò in guerriglia organizzata ed i combattimenti si spostarono nelle oasi e nelle zone più inaccessibili del deserto dove gli italiani furono spesso costretti a difendersi. Omar scendeva nei campi di battaglia con i suoi uomini, colpiva, poi si ritirava e svaniva nel nulla, generando nell’avversario rabbia ed un senso di frustrazione. Egli unì abilità strategica e conoscenza del territorio potendo inoltre vantare dell’appoggio totale della popolazione che fu per lui anche una perenne ed inesauribile fonte di sussistenza. Ben presto il suo nome divenne simbolo della resistenza cirenaica e venne pronunciato con rispetto e devozione dai libici così come da alcuni tra le file degli avversari. Alla guida di bande di guerriglieri beduini, dette duar, Omar al-Mukhtar riuscì a tener testa con ridottissime truppe a circa ventimila soldati italiani dotati dei mezzi più moderni ed efficienti, riforniti con larghezza e protetti da un’aviazione tra le più avanzate dell’epoca. Negli ultimi dieci anni di lotta collezionò cinquantatré combattimenti e ben duecentodieci scontri, uscendo spesso vincitore e dando filo da torcere agli eserciti di ben quattro governatori italiani.

Il leader indigeno venne catturato dagli squadroni libici a cavallo l’11 settembre 1931, durante gli scontri di Uadi Bu Taga dopo essere stato disarcionato da cavallo e ferito ad un braccio. Condotto a Bengasi venne sottoposto a processo nel Palazzo Littorio in maniera sommaria dove gli furono rivolti diversi capi d’accusa. Per tutta la durata del processo al-Mukhtar mantenne un atteggiamento fiero e negò risolutamente di essersi mai sottomesso al governo coloniale italiano. Dopo sole tre ore il verdetto già deciso fu emesso: condanna a morte come precedentemente Badoglio aveva telegrafato a Graziani.
Alle 9 del mattino del 16 settembre 1931 nel campo di Soluch a 56 chilometri a sud di Bengasi, in Cirenaica, ventimila libici assistettero all’impiccagione dell’allora settantenne capo della resistenza in catene sul patibolo, le cui ultime parole furono Inna li-llahi wa inna ilayhi ragi’un (“A Dio apparteniamo ed a Lui ritorniamo”).
Proprio da quel momento cadrà la resistenza libica ed incomincerà l’epopea di Omar al-Mukhtar, il quale assumerà i contorni di simbolo dell’anticolonialismo e dell’identità delle popolazioni arabe e nordafricane, tratti che persistono ancora oggi.

Nel 1979 Gheddafi affidò al regista siro-americano Moustapha Akkad I’incarico di girare nel Gebel cirenaico un kolossal del costo di 50 miliardi di lire sulle gesta e gli ultimi anni di vita dell’eroe nazionale Omar al-Mukhtar. La pellicola, intitolata “Il leone del deserto”, fu una coproduzione internazionale con un cast di tutto rispetto: l’interpretazione del protagonista fu affidata ad Anthony Quinn, Oliver Reed recitò nel ruolo di Graziani e Rod Steiger in quello di Benito Mussolini. Il film, però, per la sua vigorosa carica anticolonialista, non potette non dispiacere ad alcuni ambienti italiani, Farnesina inclusa. Programmato in tutto il mondo a partire dal 1982, non sarà mai proiettato in Italia fino al 2009 quando il film fu doppiato in italiano e trasmesso su un canale nazionale privato. L’impatto mediatico della pellicola fu notevole in tutto il mondo arabo contribuendo alla diffusione della figura di Omar al-Mukhar che entrò così nell’immaginario della gente tramite le sembianze di Anthony Quinn.

Ancora oggi sopravvive la leggenda di questo vecchio maestro che seppe incarnare per il suo popolo il ruolo di guida, di capo combattente e di simbolo anticoloniale, ma anche un uomo capace di essere per la storia “il leone del deserto”.
Nel mausoleo, edificato in suo onore a Bengasi proprio di fronte all’ex Palazzo del Littorio, si leggono ancora i versi dedicatigli dal poeta egiziano Ahmed Shawqi:

Hanno sprofondato il tuo corpo
nella sabbia, come una bandiera.
Eroe del beduinismo, tu hai affrontato
la morte a testa alta,
come Socrate dinanzi ai suoi giudici.
O Africa, culla e tomba dei leoni…

2018-11-19T19:53:45+00:007 agosto 2016|

Leave A Comment