“Conosci tu il paese dove i limoni fioriscono,

nel fogliame buio fulgon le arance d’oro?”

Johann Wolfgang Goethe

 

A esser i figli di “harragas e di ghoraba” ci si ritrova quasi sempre a creare una via alternativa alla nostra comprensione della realtà, una nuova letteratura, volendo sfruttare al meglio le origini, nel voler ristabilire un equilibrio identitario che si frantuma in ogni occasione di collisione sociale nella quale viviamo, nemmeno un caleidoscopio di luce ci regge. Come figli loro, siamo una costante sempre in movimento e senza pace, tra le identità bruciate di chi approda per la prima volta in un paese straniero e di chi, dando le spalle ai tramonti ha abbracciato l’alba dei nuovi inizi.

Una di queste collisioni rappresenta quella che è diventata col tempo, la definizione più sentita della cosiddetta “Letteratura del Migrante” che ripercorre le origini e le conseguenze delle conoscenze, essenzialmente tra due mondi: da quello da cui proveniamo e quello in cui ci ritroviamo nel presente. E un po’ come alieni, che però, piuttosto di vivere questa metafora anti marxiana di alienamento sociale, tendiamo a voler e a pretendere di andare oltre, poiché quest’impronta impressa dentro di noi non ha radici in nessun luogo, o meglio, non ne riconosce nessuno come proprio.

Questa Letteratura si fa di ricordi, descrizioni racchiuse in un passato che non ci appartiene nemmeno ma che dona ai nostri padri e alle nostre madri angoli di memoria di quello che hanno lasciato con la consapevolezza di non ritrovare mai più, andandosene per un nuovo tempo e una nuova realtà.

E noi, eredi che per forza di cose si ritrovano disconnessi da una delle due realtà, a seconda del periodo, o di dove ci perdiamo. Con l’incapacità assoluta di essere tutto e ritrovarci a pezzi, a essere il successo o il fallimento dei loro desideri e i sogni, perché è questo che la vita ci propone come un patto; i PNL dicevano “Le monde ou rien”, e tra un Europa che ci ha visto nascere e/o crescere e il nostro paese delle origini, siamo in bilico tra decisioni che non abbiamo nemmeno compiuto, ma che a causa di esse viviamo trovandoci anche questa responsabilità addosso, un fardello.

Ci trasformiamo in quei Holden di Salinger o i Werther di Goethe alla ricerca senza sapere nemmeno di cosa, di una certa stabilità forse, andandocene a spasso per le città e magari, mettendo in mostra i posti in cui siamo stati per poter dire “ehi, siamo stati anche qui, anche questo angolo di mondo abbiamo lasciato un po’ di noi”, perché è questa la nostra eredità, disconnessi dal mondo, incapaci di lasciare radici in qualche luogo, alla ricerca di quel posto chiamato casa e alla fine ci rende conto di esser solo capaci di lasciare radici nelle persone. Si diviene un po’ come Zach e Shèhèrazade, i protagonisti del film di Jean Bernard Marlin, disconnessi ed esclusi da una società che li ha persino rifiutati, non sapendoli riconoscere ed accogliere, trasformandoli negli invisibili di Marseille. E solo l’amore sembra confortarli nella miseria.

Magari diventiamo poeti, musicisti jazz e ripercorriamo quello che la storia ci ha sempre insegnato e dimostrato, che l’essere oriundi e artisti è talvolta una cosa magica, e ce lo raccontano i nostri autori preferiti, discendenti da quel posto che non ha più significato di casa nostra e che non necessariamente è un male quando ne cantiamo di nostalgia.

Ci affamiamo di letture e cinema, una costante ricerca di scorci del passato tramite autori come Tahar Ben Jelloun, nei suoi pezzi di un Marocco quasi oscuro , segreto delle volte; a quel Abdellah Tahia e il gusto del proibito che non siamo quasi in grado di concepire e che ci crea non pochi contrasti religiosi; o il sapore delle spezie che ci portano sempre lontano sia nel tempo che nel mondo di Igiaba Scego in Somalia, al punto da chiederci cosa succede al nostro corpo quando invecchiamo e se ci ricorderemo di qualcosa di così solido tra l’eredità che doneremo al nostro futuro.

E mentre il mondo ci grida addosso, linciandoci di parole in un ossimoro di esistenza tra il qui e il lì, di integrazione come se fosse un obbligo, escludendo le forme di coesistenza di più spiriti, instaurando di nuovo quell’alienamento in noi, per ricordarci costantemente l’essere sempre stranieri in terra straniera, senza appartenere effettivamente a nessuno dei due mondi; ed è qui che nasce la ribellione in noi, che da una parte è una guerra in società e dall’altra la più antica forma d’espressione dell’arte.

Siamo nati con una rivoluzione dentro, eppure, talvolta, pure quell’arte che tanto reclamiamo non sembra in grado accontentarla e sopirla davvero, e ce lo racconta Amiri Baraka, in memoria di Malcom X, con questi versi di “X” chi siamo noi incompresi:

“Tutto ciò che non capiamo

   si spiega

   nell’Arte

   Il Sole

   ci picchia dentro

Lo Spirito ci attraversa da parte

   a parte”

 Ed è tutto parte dell’eredità in noi, quella che nel costante movimento della nostra vita, porteremo al nostro futuro, che sia per noi la ricchezza o la condanna delle decisioni dei genitori, che non ci spiegheremo ma che abbiamo il potere di rendere Arte.

 

 

Di Wafa El Antari

2019-08-21T19:55:13+00:0021 agosto 2019|

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