Tra le mani d’un nome

Questo racconto si è aggiudicato il secondo posto (premio speciale consulta femminile regionale del Piemonte) alla XIV° edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre

 

 

 

“Sono nata con qualcosa di profondamente spezzato in me

qualcosa che si mostra irreparabile 

un mostro che vive nel limbo

che si fa presente sotto la mia pelle

che tutto divora

sino all’ultima fugace storia

ogni briciolo di memoria

di un tempo che più non mi appartiene 

e di diverse realtà confuse

qualcosa in me che continua a spezzarsi 

che mi rende sbagliata 

senza incastro con anima alcuna

a lenire i pezzi un miscuglio di solitudine e apatia

a soffocare le asperità 

di una vita che non m’appartiene

sono nata profondamente spezzata a metà

due pezzi tra qui e lì

con gli occhi affamati di illusioni

un cuore pieno di taciti sogni

parole che non si scrivono

e l’Amore, che non mi cura

ma trascina verso qualcosa 

che nemmeno percepisco”

 

Sono le parole che a mia sorpresa mi ritrovo a scrivere in un attacco di malsana poesia.

All’età di ventitré anni mi ritrovo all’improvviso di fronte alla porta dell’oblio, a cercare di comprendere come abbia fatto a non confrontarmi col mostro che viveva all’interno di me per tutto questo tempo.

Vivere una battaglia generazionale quando si è grandi è difficile, soprattutto se non hai mai realizzato la tua identità in questo mondo, se non sai chi sei, se sei persa e soprattutto, se quello che ti sei costruita finora era solo la distorsione di un’immagine riflessa allo specchio di una realtà che trascende l’illusione e la certezza.

Nata e cresciuta in un paese mio, eppure allo stesso tempo estraneo.

Concepita e voluta da un paese anch’esso mio, eppure che mi rende estranea.

Sono nata spezzata a metà e nemmeno lo sapevo. Sono nata con la testa tra le montagne mentre il sangue ribolliva la spietatezza del vento sulle dune del deserto.

Il mio nome pare non avere significato nelle labbra peccaminose altrui, un significato storpiato, usurato e sputato in quelle carte che ci definiscono in questo mondo.

Siamo una parola d’inchiostro in quella carta che ci dice chi siamo, dove siamo nate, di che colore sono i nostri occhi e i nostri capelli, e poi quella parola, che ci definisce altro e non quello che effettivamente siamo.

Mi sono pentita di essere nata così. Lo so, è impossibile pentirsi di ciò  che non si può  attribuire a nostra colpa, ma io mi sento colpevole di essere nata straniera e di vivere in un paese straniero. Non sono all’altezza di questa realtà che non ho scelto ma che mi ritrovo a sopravvivere.

Arrivo a credere a queste assurdità, eppure la mia vita si è trastullata fin troppo nella monotonia delle cose: ogni pezzo della mia vita andava bene, tutto quadrava, ogni cosa aveva un suo posto nell’armonia del mio piccolo universo.

Cammino per Schio, piccola cittadina sperduta tra i monti, seguendo i passi tracciati da mia madre di ventitré anni fa, l’unico posto controverso che oso chiamare casa nonostante fossero proprio qui le origini di tutte le mie disgrazie, a partire dalla mia nascita.

Quando nacqui non fu il più felice dei giorni per mia madre: il mio arrivo le ha impedito di ritornare a casa, facendo di questa città il suo nuovo rifugio. Lei ha imparato ad amarmi come sto facendo io per questo posto, lentamente e solo con l’avanzare della distanza e del tempo. Non posso biasimarla, non posso darle torto e non posso giudicarla, e, al contempo, non posso darmi colpe.  Per mia madre ritrovarsi incinta in mezzo alle montagne, senza conoscere una sola parola della lingua italiana era l’inferno. Era inferno pure l’inverno in cui si trovava a convivere, la neve che lei non aveva mai visto prima d’ora. La prima volta che la vide fu il giorno delle doglie, in cui veniva avvertita del mio arrivo al mondo.

Stava passeggiando per i boschi dietro casa, alla ricerca di una pace e di un posto in cui scrivere la lettera per la nonna e per le sue sorelle, l’ennesima in cui avrebbe mentito che era felice, che aveva trovato delle amiche e che aveva una macchina.

Appesantita dal fardello della nuova vita in grembo, ormai agli sgoccioli, si incamminava verso il sentiero dietro casa, lenta come il tempo che scorreva in quella valle e, all’improvviso percepì il mio scalciare. Un colpo, due colpi, al terzo colpo lei non ce la fece più, si pieg  in due e si mise a gridare come non aveva fatto prima, l’urlo riecheggiava per la valle e rifletteva solo il suo eco di voce. Il rosso che colava e all’improvviso grossi fiocchi di neve che cadevano, come a voler attutire quelle grida.

Mi racconta mia madre, che nulla si ricordava in quel momento, se non il suo risveglio in ospedale e di me, che ancora non mi decidevo a uscire.

Nacqui dopo la tempesta, com’era giusto che fosse, dice sempre mio padre. Come per avvertirla che ora la loro vita si sarebbe fatta più interessante e complicata.

Il mio cuore si fa debole a ricordare le loro memorie, a pensare di essere stata io il rinnego di una libertà tanto ricercata, il coronamento di una illusione che non le è mai appartenuta, la causa delle lacrime che le sgorgano nel ricordare quella possibilità mancata. La possibilità di ritornare a casa, tra le braccia del sole e della terra calda.

Mi metto a correre. Sento il cuore battere forte per delle emozioni che non mi appartengono, la mia testa annebbiarsi tra il vociare del vento tra gli alberi: rivedo i passi di mia madre, pesanti di quegli anni passati in attesa della clemenza.

Bismi Allahi al Rahmani Al Rahim, In nome di Allah il Clemente e il Misericordioso.

Così iniziavano le sue lettere che non aveva mai avuto il coraggio di spedire e che non aveva mai avuto il coraggio di buttare via.

Racconti di vita quotidiana, delle promesse di felicità senza senso.

Il primo giorno in Italia mia madre conobbe Margherita, divenuta poi mia madrina. Forse l’unico vero primo appoggio su cui poté contare, una donna che ha fatto della felicità una sua filosofia di vita e di Pippo, il suo gatto, il mio nuovo compagno di giochi e avventure.

Se sei una donna giovane straniera sposata, conosci il vero significato della solitudine e allora divieni nessuno in questo mondo, soprattutto se questo non ti appartiene, devi farti coraggio a cercare e ritrovare un posto tuo, ritagliare questo angolo della vita.

Mia madre fu fortunata ad averla incontrata, Margherita. Il nome, cosa che all’epoca non sapeva, rispecchiava il suo, il nome dei fiori.

Zahra la triste, Zahra la bella, la chiamava Margherita.

Il freddo preme contro il mio viso in un bacio graffiante inaspettato, mi perdo nei boschi con le lettere in mano: ho paura di sciuparle, mia madre non sa che le ho trovate e mio padre mi ha fatto giurare sul Corano di non dire nulla. Mio padre, sin dalla prima gioventù, l’amore della vita di mia madre. Si sono odiati per molti anni. La colpa che mia madre gli diede per averla portata qui senza avvisarla che si sarebbe spezzata, che non era forte abbastanza per sopravvivere al matrimonio lontana dalla sua terra. Lei era partita per amore per ritrovarsi persa nel dolore e nella nostalgia. Non incolpo mio padre per questo, a mia madre ci sono voluti anni per perdonarsi e farsi perdonare per le dure parole che gli rivolse.

Non incolpo mio padre per essere venuto qui a cercare un lavoro che potesse restituirgli la dignità perduta in Marocco. Ma mio padre comprese, all’epoca, che chi baratta l’orgoglio con i propri sogni, poi diventa anch’egli uno schiavo di un sistema frustrante.

Il dolore, le grida quotidiane, le botte, l’alcool, i tradimenti. Mio padre è uno spezzato vero, ha rinunciato ai suoi sogni di diventare un artigiano nella bottega di suo padre, inseguendo l’ideale dell’Italia, La bella Italia, l’Italia delle eterne promesse, della bella vita, della pizza ogni giorno. Ha fatto un patto con il diavolo rinunciando a se stesso e non ottenendo nulla in cambio, non subito almeno. Ha dovuto aspettare quasi trent’anni per riscattarsi dalla terra nuova che l’ha accolto ma non amato.

Mia madre usava parole molto dure. Sento la rabbia riversarsi ancora calda in quell’inchiostro secco tra quei fogli ingialliti dal tempo.

Il suggello della loro prima tregua fu il mio nome. Wafaa, lealtà e fedeltà. Che portassi almeno qualcosa di positivo in quella famiglia ancora incapace di gestirsi. Ancora nuova in quel mondo, fui la garanzia di mia madre per imparare a riscattarsi dalla vita, a riprendere dove aveva interrotto, a imparare una lingua che suona più stonata del francese, a crescere e non relegarsi in casa come le sue antenate.

A farsi guerriera, Zahra la bella, Zahra il fiore del riscatto.

Qui iniziarono i veri problemi, il farsi capire dagli altri, il capire cosa volessero gli altri da lei. Frustrazione nelle parole graffiate nelle pagine. Un orgoglio che non si nasconde ma che decide di mostrarsi e di salvarla, una testa dura che l’ha portata ai primi traguardi.

Sono nata in inverno, il più freddo di quegli anni, a detta dei miei. Sono nata col silenzio della neve che cadeva e copriva il mondo di un soffice manto bianco.

La neve che sta cadendo adesso pare la stessa, le mie mani si fanno fredde e gelide a tenere senza guanti quelle lettere mentre ripercorro i sentieri di mia madre di questo mondo che non le appartiene. Ripercorro quei passi nella speranza di potermi conoscere e ricordarmi chi ero e chi sono.

Nella speranza che siano le altrui parole a risollevarmi da quell’abisso in cui mi trovo a cadere come neve.

Continuo a correre fino a sentire sfocati tutti i miei sentimenti, il cuore impazza e chiede una pietà che non mi concedo. La paura di perdermi è troppa.

L’eredità che mi ha lasciato mia madre sono le parole che non riesco a esprimere, madre mia, hai fatto una figlia spezzata, che solo ora comprende di non essersi mai vista prima d’ora.

E ora che mi ritrovo in bilico tra le due realtà tutto sembra farsi nuvole e aria, tutto sparisce nel nulla.

Come sar  io da madre?

Mi siedo nella radura e mi sdraio. Ho bisogno del silenzio per sentirti figlia mia, ho bisogno della quiete dei boschi che più di vent’anni fa mia madre ha cercato, per poter sentire la tua presenza.

Ho bisogno dei baci dei fiocchi di neve, della mia pelle che si mischia con essa.

Ti amo figlia mia, ma non sono in grado di amarti di più. Non so più chi sono, come far  a crescerti se io per prima non sono maturata?

L’ultima lettera di mia madre è per me.

“Sii forte. Sei stata concepita tra le forze del deserto e sei nata con la quiete delle montagne. Sei tutto ci , quello che non sono riuscita ad avere per me in molti anni, fa dei tuoi sogni la tua forza e porta in alto il nostro orgoglio. Sii leale a te stessa, per te stessa, per i tuoi figli”.

Quasi un conforto, bambina mia, il silenzio della radura e degli alberi. Il mio cuore si calma e le lacrime si fanno più fredde e leggere.

Grazie Mamma.

 

Di Wafa El Antari

 

2019-06-08T02:14:16+00:008 giugno 2019|

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