Sul fondo del Sand Creek

 

“I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte

E quella musica distante diventò sempre più forte

Chiusi gli occhi per tre volte

Mi ritrovai ancora lì

Chiesi a mio nonno è solo un sogno

Mio nonno disse sì.

A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek.”

(Dal testo della canzone “Fiume Sand Creek” di Fabrizio De Andrè)

 

 

 

In occasione di una visita ad un’esposizione di Elena Bellantoni, presso l’associazione Recontemporary in centro a Torino, sono venuto a conoscenza della storia di Cristina Calderon, una donna dichiarata patrimonio umanitario dall’UNESCO nel 2006. Può parere assurdo ma questa signora rappresenta l’ultima donna dell’antica stirpe Yaghan, popolazione dei nativi della Patagonia. Questa etnia indigena, che abitava i dintorni di Capo Horn, è ad un passo ormai dalla certa estinzione. Con lei se ne andrà anche la lingua e tutto un patrimonio culturale che generazioni negli anni addietro hanno coltivato.

Questo pensiero mi ha fatto rifelttere perché oggi, quando parliamo al presente di estinzione, siamo soliti immaginarci la scomparsa di specie animali o vegetali dalla Terra per via dell’intervento sempre più massiccio dell’uomo sul territorio. Invece, se ci pensiamo bene, l’estinzione colpisce anche le etnie e quello su cui vorrei soffermarmi è quella che potremmo definire estinzione culturale. Ci sono tratti come la lingua, l’arte e la musica, per soffermarsi solo su alcuni caratteri, che una volta che un’etnia cede il passo alle epoche, si perdono nel tempo. Ripercorrendo la storia è facile che venga in mente l’analogia con i popoli del Sudamerica, vittime dello sterminio per mano dei conquistadores, o con le tribù nordamericane, come ci ricorda la celebre canzone “Fiume Sand Creek” di De Andrè riferita all’omonimo massacro del 1864.  Quanti saperi, sensibilità e stili vengono meno con la perdita di un intero patrimonio incarnato dalle persone che lo praticano.

L’archeologia, fin da quando siamo piccoli, ci ricorda come sia impegnata a ritroso nella ricerca e riscoperta dei patrimoni delle civiltà del passato. Gli studi di lingue morte, di antiche filosofie e tradizioni costituiscono la ricchezza che ammiriamo sempre stupiti, ed incuriositi nei musei, ogniqualvolta ci viene raccontato un aneddoto o una traduzione di un verso antico. Quello che ci è pervenuto non è che un piccolo frammento di un mare di storie, culti e conoscenze che generazioni addietro, in ogni lembo di questo pianeta, hanno prodotto e coltivato. L’interrogativo che sorge è dunque il seguente: quante culture scompaiono ogni giorno? Quanti patrimoni sono definibili tutt’oggi come a forte rischio di estinzione?

Eppure, pare inevitabile che il susseguirsi di generazioni e di uomini porti a cambiamenti che producano delle perdite di saperi. Spesso viene meno anche la presenza di una catena diretta di discendenze che possa semplificare e facilitare una sorta di trasmissione di questi. Un fenomeno unico nelle genealogie è rappresentato, ad esempio, dal ceppo famigliare di Kǒng Fūzǐ, noto come Confucio, che è riuscito a conservarsi nella sua linea di discendenza diretta per oltre sessanta generazioni. Non c’è nessuna famiglia italiana che possa risalire il proprio albero genealogico sino ai tempi dell’antica Roma e non ce n’è nessuna nell’emisfero occidentale che possa rintracciare i propri avi più indietro del XV secolo. Oggi sono più di due milioni i discendenti certificati di Confucio ed anche così è quasi impossibile conservare tutto un insieme di informazioni, per non parlare di certe sfumature temporali che irrimediabilmente svaniscono.

Alla fine, però, non si può neanche pensare che le diverse genti portino avanti le statuette di famiglia, come fece secondo il mito Enea con i Penati, scappando da una Troia distrutta con l’identità del proprio popolo in tasca. Guerre, catastrofi, variazioni economiche, politiche e sociali perturbano continuamente la realtà che viviamo, senza dimenticare macro-fenomeni come la globalizzazione che impervia oggi più che mai in un’epoca caratterizzata da continui e celeri cambiamenti. Considerando tutto questo, viene spontaneo domandarsi cosa del nostro patrimonio odierno, negli anni futuri, sarà destinato a finire in fondo al Sand Creek.

 

Di O.D.

 

2020-11-14T18:35:04+00:0014 novembre 2020|

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